Intervista “tattoo pleasant” allo storico pugile italo-australiano, campione del mondo WBC nel 1977. Da Morwell a Milano sempre nel nome della fatica e della passione

Allora Rocky, parliamo per sommi capi della tua carriera sportiva. Tu diventi professionista in Australia nel 1970 e conquisti là il titolo continentale dei welter. Poi cinque anni più tardi ti trasferisci a Milano per entrare nel roster di Umberto Branchini col quale, a tua volta, diventerai campione del mondo nel 1977 (WBC, categoria medi junior) battendo a casa sua, in Germania Ovest, il tedesco Eckhard Dagge. La tua passione per i tatuaggi, invece, quando viene alla luce ufficialmente?
Presto, molto presto visto che da ragazzo frequentavo questi biker australiani tatuatissimi (dei tipi davvero poco raccomandabili!) e insomma diciamo che la curiosità è venuta di pari passo. Quella d’altronde period la mia vita a Morwell, nello stato di Victoria, e quella period la gente con cui sono cresciuto.

Solo che c’erano due problemi: io ero ancora molto giovane e mio padre non apparteneva affatto al clan dei sostenitori dell’inchiostro su pelle!

Me l’avrebbe fatta passare brutta se mi avesse visto sfoggiare un solo, misero tattoo e, sai com’è, a quei tempi i figli nutrivano ancora un grande rispetto per i loro genitori…

Quindi hai dovuto attendere il tuo approdo in Italia?
Per modo di dire. Nel senso che il mio supervisor Umberto Branchini period un altro di quelli che non vedevano di buon occhio gli atleti tatuati. Quindi, anche lì, ho dovuto mettermi il cuore in tempo e pazientare. Pazientare fino alla advantageous della mia carriera agonistica (avvenuta nel 1982. Ndr) dato che il mio primo tatuaggio – i classici due guantoni appesi al chiodo – apparve sulla mia pelle attorno alla metà degli anni ’80. Eppure, anche lì, non ero completamente soddisfatto.

Nel senso che non ti piaceva il risultato finale?
Macché! Vedevo quei due guantoni sul mio deltoide e mi sembravano così solitari! Osservavo quella macchia d’inchiostro circondata da pelle intonsa e mi metteva una malinconia, ma una malinconia… E così mi è preso il journey di marchiarmi sempre di più su spalle e petto! (experience)

Grazie alla collaborazione di un nome autorevole…
Esatto. Nel frattempo ero diventato grande amico di Gian Maurizio Fercioni e non mi sembrava vero che lui venisse verso di me perché attratto dallo spirito della boxe ed io andassi verso di lui perché grande appassionato di tatuaggi. Ci siamo conosciuti nella palestra milanese dove io insegnavo a advantageous carriera (la stessa dove Gian Maurizio si allenava al sacco) e successivamente abbiamo cementato la nostra bella “friendship” nel suo storico studio in quel di Brera.

Ogni volta period la solita storia: sfogliavamo antichi libri di tattoo artwork, ci facevamo un cicchetto di whisky ed il mio nuovo tatuaggio nasceva così. In totale naturalezza.

Ho letto da qualche parte che i tuoi tattoo raccontano la tua vita per filo e per segno, quasi come se fosse una vera e propria “biografia cutanea”. Quindi immagino che, tra tutti quei soggetti, ci sia Ripa Teatina (il tuo paese natale), l’Australia, Milano, l’universo della boxe, la tua famiglia ecc.
Partiamo dal principio: riguardo alla mia cara Ripa Teatina, purtroppo, non mi sono ancora tatuato nulla. Poco male: faccio sempre in tempo a rimediare perché il tatuaggio non è vecchiaia, ma giovinezza. E quando ti va di farlo, lo fai: a qualsiasi età della vita. Di Milano ho tatuato lo stemma della città, esattamente come per l’Australia di cui ho impresso su pelle sia la bandiera che lo stesso stemma nazionale. La famiglia? I nomi dei miei figli, ovviamente, e ormai anche dei miei nipotini! (ridacchia)

Rocky Mattioli, copertina libro
Rocky Mattioli, copertina libro

E la vittoria contro Eckhard Dagge del 6 agosto del 1977 come l’hai onorata su pelle?
Con la corona mondiale e la relativa cintura della WBC, entrambe tatuate sul mio deltoide destro. Più di così, onestamente, non potevo fare… (sorride)

Sulle nocche con cui ti guadagnavi il pane hai le scritte “Love/Hate”. Pensi che la boxe, a qualsiasi livello, sia un miscuglio di queste due parole contrapposte? Voglio dire: l’amore per lo sport e una qualsivoglia forma di “odio” (agonistico) per l’avversario?
No, quella è semplicemente la vita. Perché, in fondo, l’intera esistenza non è nient’altro che questo: un eterno conflitto tra odio e amore.

Per me quella non è solo una coppia di lettering, ma una sorta di utile promemoria.

Senti, veniamo alla tua fatidica mano destra, quella che ti fratturasti a Sanremo prima della difesa del titolo contro il britannico Maurice Hope. Incontro, per la cronaca, terminato con il tuo KO tecnico al termine di un drammatico ottavo spherical. Da quelle parti hai tatuato qualcosa?
Ho un bel po’ di inchiostro per coprire la cicatrice, mettiamola così…

Ma come andarono esattamente le cose quel fatidico 4 marzo 1979 sulla riviera ligure?
Beh, subito dopo la cerimonia del peso (avvenuta all’Ariston, lo stesso luogo dove si svolge il Competition di Sanremo. Ndr), esco dal teatro e lì vicino mi accingo advert attraversare sulle strisce pedonali. In quel momento passa un Apecar dell’epoca che rischia di travolgermi.

Quindi io faccio appena in tempo a scansarmi “spostando” quel mezzo a tre ruote con la forza di una sola mano.

La destra, ovviamente. Di getto non ho sentito neanche male; però, una volta tornato in albergo, ho incominciato advert avvertire un principio di sovrappeso; sempre una brutta storia, quella, per un pugile che si appresta a combattere. L’incontro period previsto per la sera stessa e quel pomeriggio non riuscì a fare neppure un piccolo sonnellino per through dell’agitazione. Un fatto inedito, credimi. Soprattutto per uno come me che ha sempre affrontato con tranquillità le ore precedenti al match…

Cambio di scena e sei sul ring con Maurice Hope. Nel delirio dell’Ariston.
Comincia il primo spherical e il mio avversario mi colpisce col sinistro sulla mano destra infortunata poche ore prima: un male lancinante. In pratica mi aveva spezzato di netto l’osso e io, non so come, ho continuato col dolore in corpo fino all’ottava ripresa. Dal mio angolo – Branchini in testa – continuavano a dirmi di fermarmi, che avrebbero gettato la spugna; ma io al settimo spherical ho tentato comunque un ultimo forcing di pugni. Niente da fare: a match terminato, quando mi levarono il guantone, in pratica si vedeva la cartilagine…

Non mi hai ancora svelato quale rapporto intercorre tra la boxe e la tattoo artwork. Un pugile si sente più forte se sfoggia l’inchiostro giusto? Se esprime con dei disegni su pelle ciò che sente dentro?
Mah, per me il tatuaggio resta comunque un’altra cosa. Una cosa “tua” che non deve mai e poi mai seguire il concetto di moda passeggera.

Ti dirò di più: il pubblico non lo deve nemmeno capire, il tatuaggio.

A meno che non intervenga un giornalista, come te, e mi chieda di spiegare con chiarezza i significati dei miei “segni”. Forse te l’ho già detto in precedenza: nel mio caso il tatuaggio resta un rimando allo stile di vita australiano che ho vissuto da teenager. Quell’atmosfera indescrivibile di stare in mezzo a della gente un po’ balorda che si gode la vita e non sta troppo a preoccuparsi del futuro. L’inchiostro, per uno come me, resta questa cosa qui.

Ti tatuerai ancora, Rocky? Immagino di sì…
Certo che mi tatuerò ancora! Finché c’è vita, c’è tatuaggio, no? (experience) Ne ho ancora di vita da affrontare e di cose da raccontare. A parole e su pelle.

Metti che un pugile odierno, alle prime armi, decida di tatuarsi l’effige di Rocky Mattioli su di un deltoide: tu come reagiresti a story tributo?
Beh, finora non ho mai conosciuto un pazzo simile che abbia avuto il coraggio di farlo!

Dai, poniamo il caso.
A quel punto, se mai accadesse una cosa del genere, magari gli consiglierei di tatuarsi un mio degno avversario sull’altro braccio. Perché la storia della boxe è piena di grandissimi campioni che non dovrebbero mai essere dimenticati.

Chi ci mettiamo allora su quell’altro deltoide? Joe Louis, Rocky Marciano o Sugar Ray Leonard?
I primi due che hai detto vanno benissimo, ma allo stesso tempo sostituirei Leonard con Muhammad Ali. I giovani del 2021 probabilmente non conosceranno né Joe Louis né Rocky Marciano perché quelli sono combattenti di un’altra epoca e oggi vanno per la maggiore solo gli sportivi che fanno pubblicità in televisione o su Web.
Però Ali resta: lui è stato davvero “The Best”.